Genesis Invitational 2026: c’è anche l’Italia — Marco Penge vola al Riviera, primo in clubhouse nel secondo giro

(Foto EM-formulagolf.it)

LOS ANGELES — Un pizzico d’Italia nel cielo finalmente sereno di Pacific Palisades. Mentre gli ultimi gruppi sono ancora in campo per completare il secondo giro del Genesis Invitational, Marco Penge è già negli spogliatoi con una carta straordinaria in mano: 64 colpi, sette sotto il par, che lo portano a -12 complessivi e al primo posto provvisorio della leaderboard. Un giro di grande qualità, su un campo come il Riviera Country Club che non perdona le imprecisioni.

La storia

Non un cognome che rimanda immediatamente allo Stivale, eppure le radici italiane ci sono, e sono tutt’altro che secondarie nella storia di questo ragazzo. Marco Penge è nato il 15 maggio 1998 a Horsham, nel Surrey, da Marie e da Angelo Penge, ingegnere aeronautico originario dell’Italia — più precisamente a sud di Roma, dove i nonni di Marco hanno vissuto a lungo e dove lui stesso ha trascorso del tempo da bambino. Cresciuto in Inghilterra, Marco ha sempre mantenuto un legame sentimentale con le origini paterne: nel 2014, durante i Mondiali di calcio, dichiarò apertamente di tifare Italia, non Inghilterra. Una scelta identitaria che la dice lunga su quanto il ramo italiano della famiglia abbia pesato nella sua formazione.

Prima del golf, però, c’era stato il calcio. Da bambino Penge era un attaccante prolifico con il Chesworth Rovers di Horsham, al punto da sostenere provini con il Reading F.C. e il Southampton F.C. Poi il golf ha preso il sopravvento, e lo ha fatto in fretta. Marco ha iniziato a colpire la pallina a soli cinque anni, mostrando fin da subito un talento fuori dal comune nel circuito giovanile: a 13 anni aveva già raggiunto l’handicap scratch, lo zero assoluto.

Professionista dal 2017, Penge ha costruito la sua carriera prevalentemente nel DP World Tour europeo, dove si è imposto come uno dei giocatori più esplosivi della sua generazione. Il suo marchio di fabbrica è la velocità di swing: è stabilmente tra i migliori del circuito per distanza media dal tee, con colpi che spesso superano i 320 yards. Nell’ottobre scorso, la consacrazione: la terza vittoria stagionale all’Open de España, conquistata battendo Dan Brown in un playoff. Un trionfo che gli ha aperto le porte di due Major — il Masters Tournament 2026 di Augusta e l’Open Championship — e che ha certificato il suo status di giocatore in grande ascesa.

La chiave del 64: putting e gestione

Al Riviera, con le condizioni meteo finalmente stabili rispetto alla giornata caotica di giovedì, Penge ha espresso il suo golf migliore. Il secondo giro in 64 colpi è un segnale eloquente: questo è un campo che si adatta perfettamente alle sue caratteristiche, dove la lunghezza dal tee apre angoli e opportunità che i giocatori meno potenti semplicemente non hanno. Ma non è solo potenza: su un layout tecnico e selettivo come il Riviera, servono precisione, gestione del gioco e capacità di leggere i green veloci. Penge, oggi, ha mostrato tutto questo.

Lo stesso Penge ha spiegato con lucidità i motivi del suo ottimo avvio in conferenza stampa. «Il driving è sempre stato il punto di forza del mio gioco, ma questa settimana ho puttato davvero bene, soprattutto sotto i tre metri. La velocità di rotolamento della palla è stata precisa. Il gioco corto è stato solido, mentre il ferro è stato un po’ altalenante, ma sono riuscito a tenere tutto insieme.» Sull’approccio ai green, Penge ha raccontato di un piccolo momento di crisi e di come l’abbia superato: «Mercoledì stavo andando un po’ in tilt con il putter. Ho parlato con il mio coach Phil Kenyon, che mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha aiutato a uscire dalla mia testa. Negli ultimi due giorni ho smesso di pensare alla tecnica e ho iniziato a visualizzare la traiettoria della palla verso la buca, leggendo il putt camminando intorno al green. Ha fatto tutta la differenza

Sul passaggio dal DP World Tour al PGA Tour, Penge ha mostrato la stessa schiettezza disarmante che lo caratterizza fuori dal campo. «Andare a pranzo di martedì e trovarsi in coda dietro Tiger Woods è piuttosto incredibile. Mi trovo nello stesso spogliatoio, allo stesso tavolo, con giocatori che ho sempre idolatrato guardando il golf in tv da ragazzo. A volte penso: questo non può essere reale.» Ma oltre al fascino della nuova dimensione, c’è anche la consapevolezza delle differenze tecniche: «In Europa si lavora moltissimo per togliere spin alla palla con i ferri. Qui bisogna colpire a pieno le distanze con i wedge, palla alta e atterraggio morbido. Sono quasi agli antipodi come filosofia di gioco

La fiducia per affrontare questo salto non è arrivata per caso. «L’anno scorso ho vinto tre volte, sono arrivato secondo allo Scottish Open contro un campo paragonabile a quello del PGA Tour e ho fatto una buona settimana al PGA Championship. Mi sono detto che qualcosa avevo già dimostrato prima di atterrare qui. Ma so anche che ho parti del mio gioco che devono migliorare ancora tanto. Non ho dubbi di poter competere con questi giocatori, però devo ancora dimostrarlo a me stesso settimana dopo settimana

Transizione in America: adattamento tecnico e umano

Il passaggio dal DP World Tour al PGA Tour non è solo sportivo. “Non è semplice: cambi Paese, ti allontani da famiglia e amici, giochi campi diversi e davanti a folle più grandi”. A Phoenix ha trovato green durissimi, meno comuni in Europa; qui, con superfici più morbide dopo la pioggia, si sente a suo agio. Tecnica da rimodulare: in America servono wedge pieni e aggressivi, mentre in Europa spesso si lavora per togliere spin.

Testa e cuore

C’è però qualcosa di più grande che aleggia su questa settimana di Marco Penge, qualcosa che va ben oltre la leaderboard. Sua moglie — anche lei ex giocatrice professionista di golf — è in attesa del secondo figlio, e il parto è previsto per la settimana prossima. Lei si trova negli Stati Uniti, incinta, ad accudire da sola un bambino di un anno e mezzo, senza familiari né amici vicini. «È stato un piccolo azzardo da parte mia partire e lasciarla sola in queste condizioni — ha ammesso Penge — ma lei è straordinariamente di supporto e io sono molto fortunato ad averla. Siamo entrambi emozionatissimi all’idea di un secondo bambino tra pochi giorni.»

Quando gli è stato chiesto se giochi anche per lei, la risposta ha rivelato un carattere solido e genuino: «Gioco per la mia famiglia e per il mio team. Gioco perché amo competere, per nient’altro. Quello che mi dà più soddisfazione non è il successo in sé, ma riuscire a ripagarsi di chi mi ha aiutato ad arrivare fino a qui. L’anno scorso ho vinto tre volte — è stato fantastico — ma sono rimasto la stessa persona di quando ero bambino. Non me la do a gambe. Mi piace semplicemente avere una sfida davanti e trovare il modo di superarla.»

A -12, in attesa che gli altri gruppi rientrino, il ragazzo di Horsham con il cuore italiano guarda tutti dall’alto. La leaderboard del Genesis Invitational ha, per ora, un deciso tocco tricolore.

One thought on “Genesis Invitational 2026: c’è anche l’Italia — Marco Penge vola al Riviera, primo in clubhouse nel secondo giro

  1. Articolo molto interessante che descrive in modo piacevole il carattere di un giocatore dall’animo italiano

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