(Foto EM-formulagolf.it)
Pacific Palisades (California) – Rilassato, ironico, profondo. Scottie Scheffler si presenta alla conferenza stampa del Genesis Invitational con la stessa naturalezza con cui domina il golf mondiale. E in una conversazione di quasi mezz’ora svela i segreti del suo successo, che hanno poco a che fare con l’ego e molto con l’intelligenza.
Il momento della svolta: quando il putter Spider cambiò tutto

La domanda lo riporta indietro al 2024, a quel Riviera dove tutto sembrava andare storto. “Ero frustrato”, ammette Scheffler. “Venivo dalla settimana di Phoenix dove ero stato vicino a vincere ma avevo mancato alcuni putt decisivi sul back nine. Poi arrivi qui, su green difficilissimi da puttare, e quella frustrazione continua ad accumularsi.”
Il numero uno ricorda i dettagli tecnici con precisione chirurgica: “Usavo ancora un putter blade con un grip tipo SuperStroke e mettevo la linea sulla palla. Phil [Kenyon, il suo coach di putting] voleva sistemare alcune cose della mia tecnica. Avevamo lavorato durissimo in off-season e avevo vinto alle Bahamas nel primo torneo insieme.”
Ma qualcosa non funzionava. “Dopo quella settimana tornammo a casa. Credo di aver avuto due settimane di pausa e iniziammo a pensare e fare ricerche sul putting, su putter diversi. Alla fine optammo per un normale Spider ed eliminammo la linea sulla palla.”
La spiegazione che segue è rivelatrice del suo approccio mentale: “Passare a un mallet dove non devo allineare la palla mi ha dato una visuale migliore di quello che volevo vedere e mi ha liberato. Non sono mai stato particolarmente bravo ad allineare le cose. Per me meno è meglio, di solito. Questo putter mi ha permesso di fare meno: vedo sempre la traiettoria della palla, e per qualche motivo quella linea, che per un po’ ho cercato di usare, era diventata più una distrazione che altro.”
L’episodio della palla: “Non l’ho tirata alla folla!”
Quando un giornalista menziona l’episodio della palla tirata verso la folla, Scheffler lo corregge immediatamente con un sorriso: “Non ho tirato la palla alla folla!”
“Sugli alberi”, si corregge il reporter.
“Gli alberi stavano bene”, risponde Scheffler ridendo. “Sarebbe stata una storia molto più grossa quella! Ma hai giocato a golf anche tu, vero? È frustrante.”
Poi si fa serio: “Nella competizione, ho letteralmente passato tutta la mia vita cercando di diventare bravo in questo gioco. Le ore e il tempo che passiamo praticando e preparandoci per giocare… quando esci qui ti aspetti molto da te stesso. Quando le cose non vanno come previsto, penso sia sano avere un certo livello di frustrazione, proprio perché ci vuole così tanto lavoro per arrivare qui. Soprattutto quando senti di fare le cose giuste nel modo giusto e non ottieni i risultati.”
La filosofia Scheffler: “Non so quanto sono bravo”
Uno scambio illuminante avviene quando un giornalista chiede come misuri quanto sia bravo. “Non ne ho idea”, risponde Scheffler candidamente.
“Sono i punteggi? I trofei? Le statistiche? Come fai a sapere di essere bravo?”
“Non lo so. Penso sia per questo che continuiamo a praticare. Non arrivi mai a un punto in cui senti di averlo capito. Mi piace sempre praticare e cercare di migliorare, creare nuovi colpi. Il golf è una specie di ricerca infinita per cercare di capire qualcosa, e non ci arriverò mai, ma non c’è niente di male nel provarci.”
“Ti chiedi mai a che punto sei arrivato?”
“No. Non stiamo andando da nessuna parte con questa conversazione, vero?” scherza Scheffler.
L’ego fuori dalla porta
Qualcuno gli fa notare che una delle sue qualità sottovalutate è che lascia l’ego fuori dal campo. “Non sembri mai infastidito quando qualcuno colpisce più lontano di te o fa un grande colpo.”
“Quando guardo gli altri giocatori e gioco con loro, sento di poter sempre imparare qualcosa”, riflette Scheffler. “Gioco spesso a golf con Jordan [Spieth] a casa. Posso imparare così tanto solo guardando e facendo domande a Jordan sul modo in cui gioca certi colpi. Fa alcune cose che funzionano molto bene per lui ma non funzionerebbero per me, e poi ci sono certi modi in cui approccia le cose che mi piace chiedere e capire.”
“Non sono il ragazzo che colpisce la palla più lontano. Potrei non essere il giocatore più appariscente, ma sento che la mia mente è sempre stata il mio strumento più grande, e cerco solo di usarla a mio vantaggio.”
Il rispetto per gli avversari
“Quando si tratta di competere nei tornei, non posso controllare cosa fa l’altro giocatore con cui sto giocando. Diciamo che sono in parità per il comando nell’ultimo round e faccio 62 e l’altro fa 61. Sì, posso sicuramente guardare a qualche colpo che avrei voluto rifare, ma alla fine il torneo è finito, ti togli il cappello, ti stringi la mano, dici congratulazioni.”
E qui arriva il passaggio più toccante: “Guarda un ragazzo come Collin [Morikawa] la settimana scorsa. Competo contro Collin da quando avevamo 14 anni. Vince un torneo, annuncia che aspetta un figlio, e improvvisamente hai questo momento bellissimo. Vedi un ragazzo che ha giocato un golf davvero buono negli ultimi anni e non ha ottenuto proprio i risultati e le vittorie, ma ha giocato un golf abbastanza costante, e poi arriva ad annunciare che avrà un bambino. È un momento in cui pensi: wow. Ho competuto più duramente che potevo, sono stato battuto, ed è tipo: amico, è fantastico. Hai vinto, congratulazioni. Stai per avere un bambino, congratulazioni ancora più grandi. E poi siamo qui questa settimana e la preparazione ricomincia.”
Riviera: la sfida perfetta
Su Riviera, Scheffler ha parole di ammirazione: “È un campo da golf interessante perché non ci sono molti ostacoli. Non c’è molto fuori limite che entra in gioco. Quando guardi questo campo sulla carta sembra facile. Poi inizi a giocarci e metti la palla nel rough sulla 2 e pensi: cavolo, questa buca è difficile. Poi non prendi il fairway sulla 3 e dici: accidenti, non so come farò a mettere la palla sul green. E il campo ti logora nel tempo.”
“L’erba [kikuyu] offre una serie diversa di sfide rispetto a quelle che vediamo nel resto dell’anno, e sento che questo campo può essere frustrante da giocare quanto qualsiasi altro sul Tour, proprio per i piccoli trucchi che ha. Ma se esegui qui, vieni ricompensato.”
Sull’architettura: “La buca 8 è un ottimo esempio di buca corta che è piuttosto difficile e ti dà anche molte opzioni. Puoi giocarla sulla destra, sulla sinistra, e vedi i ragazzi fare cose diverse. È questo che rende interessante un campo: quando hai diverse opzioni, diversi modi di giocare la buca, e c’è anche una buona dose di sfida.”
La buca 12: il mostro di Riviera
Quando gli chiedono perché la buca 12 sia stata la più difficile negli ultimi cinque anni, Scheffler sorride: “Beh, di solito si gioca controvento a meno che tu non esca davvero presto la mattina. Il green va così [fa un gesto ondulato] nella maggior parte dei punti. Se atterri nel bunker destro, probabilmente si infossa. Se colpisci a sinistra del green, di solito rotola via nel rough. E questo se hai preso il fairway. Anche il tee shot è davvero impegnativo. E sono circa 500 yard. Quindi ci sono un paio di cose che la rendono piuttosto difficile.”
Scottie Scheffler lascia la sala conferenze come ci è entrato: senza fronzoli, senza proclami. Semplicemente il migliore al mondo che si prepara a fare quello che sa fare meglio, con l’umiltà di chi sa che nel golf non si smette mai di imparare.