Genesis Invitational : Riviera le nove buche che decidono i campioni

Viaggio nella storia e nelle prime nove buche del tempio di PaDalla celeberrima buca 10 al teatro naturale della 18: il viaggio attraverso le seconde nove che hanno fatto la storia del golf

(Foto EM-formulagolf.it)

Se le prime nove buche di Riviera rappresentano un’introduzione sofisticata alla visione architettonica di George C. Thomas Jr., le seconde nove sono il crescendo che trasforma una grande partita di golf in leggenda. È qui, nel cuore del Santa Monica Canyon, che si decidono i campioni. È qui che Ben Hogan cementò il suo dominio. È qui che Tiger Woods ha sognato e sperato, senza mai riuscire a coronare il sogno. È qui che ogni febbraio il PGA Tour si ferma per rendere omaggio a uno dei percorsi più intelligenti mai concepiti.

La buca 10: il gioiello controverso che divide il mondo del golf

Trecentoquindici yard. Nient’altro che 315 yard separano il tee dal green della decima buca di Riviera, eppure pochi par 4 al mondo hanno generato tanta discussione, tanta ammirazione, tanto dibattito appassionato quanto questo corto capolavoro di strategia. Jack Nicklaus la definì “una delle migliori buche da golf che io conosca” per la varietà di opzioni che offre. Altri l’hanno chiamata semplicemente “il miglior par 4 corto al mondo”.

Quando George Thomas progettò originariamente la buca nel 1926, il green era relativamente indifeso, circondato da un solo bunker. Ma nel 1928, prima del primo Los Angeles Open, Thomas stesso tornò sul campo e aggiunse tre bunker intorno al green e uno strategico sul lato sinistro del fairway. Come spiegò all’epoca il cronista Scotty Chisholm: “Questa buca è stata troppo facile persino per i cosiddetti principianti. Misura 320 yard ed è un fatto ben noto che l’architetto di golf di oggi sperimenta più difficoltà nel progettare una buca di questa lunghezza che qualsiasi altra. Sebbene il green si trovi quasi ad angolo retto rispetto al tee e sia difficile da tenere con un tiro d’approccio, Thomas ha deciso di proteggerlo pesantemente sulla destra e ridurre la superficie del putting.”

Quella decisione si rivelò geniale. La buca diventò un test mentale prima ancora che fisico. I giocatori cominciano a pensarci già dal green della buca 8, due buche prima. Eagle e birdie sono possibili, certo, ma altrettanto facili sono bogey e doppio bogey. Il driver è tentatore – il green è raggiungibile – ma anche pericoloso. Un layup prudente con un ferro lascia un wedge comodo, ma toglie l’emozione dell’attacco diretto.

Negli anni recenti, però, la tecnologia ha alterato l’equilibrio che Thomas aveva così attentamente costruito. Nel 2014, meno del 50% dei giocatori professionisti usava il driver dal tee. Nel 2022, il 97,4% colpiva driver, mirando al lato sinistro del green. Quella che era “la più grande buca strategica corta par 4 al mondo” si è trasformata in “driver verso il green e vediamo cosa succede”. La speranza di molti puristi è che Riviera possa trovare altri 20 yard per allungare questa buca iconica e riportare la strategia al centro del gioco.

Ma anche nella sua forma attuale, ridotta quasi a un lungo par 3 per i professionisti moderni, la decima rimane magnetica, irresistibile, memorabile. È l’inizio delle seconde nove, e già il cuore batte più forte.

La buca 11: quando Riviera ti sorride

Dopo la tensione della decima, la undicesima – un par 5 di 583 yard – offre una boccata d’aria. È la buca che perdona, quella che regala birdie ai coraggiosi e agli accurati. Nel 2020, ha concesso 146 birdie durante il torneo, seconda solo alla prima buca come facilità. Ma non fatevi ingannare: Riviera rewards accuracy. Trovare il fairway con un buon drive significa possibilità di raggiungere il green in due colpi. Mancare il fairway significa layup inevitabile.

La caratteristica distintiva? Una barranca – quel fossato asciutto tipico della California del Sud che attraversa il fairway a 160 yard dal green, larga 67 yard. Thomas la piazzò con precisione chirurgica: per superarla al secondo colpo, devi aver colpito un ottimo drive. È geometria pura applicata al golf. La barranca trasforma una buca relativamente piatta in un test di coraggio e calcolo. Ci provo o non ci provo? Questo è il dilemma che ogni giocatore deve affrontare, mentre il vento scende dal canyon e le case sui pendii osservano in silenzio.

La buca 12: l’albero di Humphrey Bogart

Quattrocento settantanove yard di par 4 che giocano come un par 5 mascherato. La dodicesima è conosciuta affettuosamente come “Bogie Tree” – non per il bogey sul punteggio, ma per l’albero di Humphrey Bogart che protegge il lato sinistro del green. Nel 2020 fu la seconda buca più difficile del campo, cedendo un birdie per ogni quattro score sopra il par.

Thomas impiegò qui la barranca nel modo più confrontazionale possibile: bloccando completamente l’accesso al green a qualsiasi tiro basso punzecchiato lungo il terreno. Non c’è spazio per trucchi o per rotolare la palla verso la bandiera. O voli sopra la barranca o non arrivi. Questa imposizione costringe il giocatore alla precisione assoluta. Il fairway è stretto, il green è lungo solo 3.300 piedi quadrati – una nocca, un nodo di terra – e ogni recovery shot rimane delicato, incerto.

La bellezza della dodicesima sta nella sua semplicità brutale: due colpi consecutivi precisi o il par diventa un miraggio. Come in molte buche di Riviera, la ricompensa per chi colpisce bene dal tee è sostanziale. Trovare il centro-sinistra del fairway permette di infilare l’approccio tra il profondo bunker a destra e l’imponente sicomoro (l’albero di Bogart) a sinistra. Manca il fairway e ti ritrovi a combattere contro la barranca, l’erba kikuyu impietosa e l’inevitabilità del bogey.

La buca 13: il dogleg che chiede scelte

Quattrocentosessanta yard che svoltano da destra a sinistra, la tredicesima richiede un tee shot che modelli la palla nella stessa direzione. Fiancheggiata su entrambi i lati da grandi eucalipti, il fairway sale leggermente, aggiungendo la lunghezza di un bastone al colpo d’approccio. Un green ampio può portare a putt lunghi e par mancati.

La barranca corre lungo il lato sinistro, e se gli alberi tra essa e il fairway fossero tagliati, la buca giocherebbe come un classico template Cape-style, permettendo al giocatore di mordere quanto vuole mentre rischia il disastro finendo nel fossato. La barranca protegge il dogleg dall’essere tagliato troppo aggressivamente. È ancora una volta geometria: più vuoi abbreviare, più rischi. Più giochi sicuro, più devi colpire lungo al secondo.

La tredicesima è una delle tante buche di Riviera che Thomas progettò per offrire opzioni multiple, nessuna chiaramente superiore alle altre. Come scrisse nel suo libro: “È necessario che esista un problema dal tee al green – un problema da risolvere in modo diverso da vari giocatori.” La tredicesima incarna perfettamente questa filosofia.

La buca 14: il corto che inganna

Centonovantadue yard. La quattordicesima non è il par 3 più lungo del campo – quella distinzione appartiene alla quarta – ma non per questo è meno insidiosa. Un green stretto è circondato su tutti i lati da bunker ripidi e profondi. Trovare il green dal tee rende il par quasi certo. Finire in bunker non significa automaticamente bogey – un’uscita pulita dalla sabbia può fermarsi vicino alla posizione della bandiera – ma la margine di errore si restringe drammaticamente.

La quattordicesima funziona come una pausa, un respiro, prima di affrontare la buca più difficile del campo. È una di quelle buche dove la strategia è semplice – mira al centro del green – ma l’esecuzione sotto pressione, con il vento che soffia e le seconde nove che si avvicinano al climax, diventa tutt’altro che facile.

La buca 15: la più difficile, la più sottovalutata

Se chiedete a un architetto quale buca di Riviera considera il capolavoro assoluto di Thomas, molti indicheranno la quinta o la decima. Ma alcuni, quelli che guardano più in profondità, sceglieranno la quindicesima. Un par 4 di 433 yard che statisticamente è la buca più difficile del campo, eppure oscurata dalle sue sorelle più celebrate.

La quindicesima non ha un nickname accattivante. Non ha un bunker nel mezzo del green o un albero di una star del cinema. Quello che ha è strategia pura, distillata nella sua forma più essenziale. Il tee shot deve evitare bunker sia a destra che a sinistra. Il secondo colpo deve volare preciso verso un green protetto, dove la posizione della bandiera dietro a sinistra, dietro a un bunker malevolo, rappresenta la sfida suprema.

Non ci sono scorciatoie sulla quindicesima. Non ci sono layup sicuri o angoli facili. È una buca che chiede golf solido, ripetibile, affidabile – esattamente il tipo di golf che separa i campioni dai pretendenti quando le seconde nove si avvicinano alla conclusione.

La buca 16: l’ultimo respiro prima della tempesta

Centosessantasei yard. Il par 3 finale di Riviera è il più corto ma statisticamente offre la migliore possibilità di non fare bogey tra tutti i par 3 del campo. Un green piccolo, completamente circondato da bunker ripidi e profondi, richiede un tiro accurato dal tee. Ma se trovi il green, il par è quasi garantito. Anche trovare la sabbia non è una condanna: un’uscita pulita può lasciare la palla vicina alla buca.

La sedicesima è l’ultimo momento di relativa calma prima di affrontare le ultime due buche, dove Riviera mostra i denti e dove, storicamente, si sono decisi più tornei di quanti se ne possano contare. È il momento di fare scorta di fiducia, di prendere il par e prepararsi mentalmente per quello che viene dopo.

La buca 17: l’ultimo par 5, l’ultima chance

Cinquecentonovanta yard. La buca più lunga di Riviera gioca dritto verso la forza del giocatore moderno del Tour: la potenza pura. Un drive poderoso seguito da un ferro lungo rende il green raggiungibile in due. Essere sulla superficie del putting con una chance per eagle offre un’assicurazione contro il green a due livelli che inclina da dietro a davanti, creando putt in discesa difficili.

La chiave? Giocare da sotto la posizione della buca. Se riesci a posizionarti sotto il livello della bandiera, le tue possibilità di segnare aumentano significativamente. Se finisci sopra, ti ritrovi a dover gestire uno dei putt più veloci e scivolosi del campo.

La diciassettesima rappresenta l’ultima opportunità di guadagnare terreno prima dell’ultima buca. È qui che i rincorrenti fanno l’ultimo assalto. È qui che i leader cercano di blindare il vantaggio con un birdie o almeno un par solido. Nel 2020, la buca ha ceduto numerosi eagle e birdie, ma anche abbastanza bogey da ricordare ai giocatori che nulla è garantito a Riviera, nemmeno quando hai potenza e precisione dalla tua parte.

La buca 18: il teatro naturale dove nascono le leggende

Quattrocentosettantacinque yard che si arrampicano verso la clubhouse. Se c’è una buca che riassume tutto Riviera – la sua eleganza, la sua sfida, la sua capacità di creare momenti indimenticabili – è la diciottesima. Riviera inizia con una buca iconica e finisce allo stesso modo.

Il tee shot è cieco, drasticamente sotto il livello del fairway, il che significa che i giocatori devono superare la collina per raggiungere la sicurezza. Se il drive riesce anche a girare l’angolo in cima alla collina, il colpo d’approccio diventa molto più facile. Ma il fairway cambia pendenza severamente verso destra prima di condurre verso alberi che promettono disastro. È un tiro do-or-die, e molti giocatori, anche i più coraggiosi, scelgono la prudenza e mirano a sinistra.

Il green siede alla base di una collina che sale verso la clubhouse, creando un anfiteatro naturale – uno stadio costruito dalla natura stessa – che offre il finale più spettacolare del golf professionale. Migliaia di spettatori circondano il green, seduti sui pendii, in piedi dietro le corde, tutti con lo sguardo fisso sulla palla che scende verso il green.

È qui che Sam Snead vinse nel 1945 con un birdie nella domenica finale, appena tornato dallo sforzo bellico. È qui che Ben Hogan cementò la sua leggenda. È qui che Phil Mickelson fece quel chip memorabile nel 2008. È qui che ogni anno, nel Genesis Invitational, si scrivono nuove pagine di storia.

Thomas progettò brillantemente il green della diciottesima per sedersi alla base della collina che sale verso la clubhouse. Questo ha creato non solo una sfida architettonica ma anche un palcoscenico teatrale. Quando un giocatore si avvicina alla diciottesima con un colpo di vantaggio o in parità per il titolo, cammina verso quel green sapendo che migliaia di occhi lo osservano, che la storia del campo lo circonda, che il peso di un secolo di campioni grava su ogni passo.

La diciottesima non è solo l’ultima buca. È il coronamento, il climax, il momento in cui tutto converge: la strategia di Thomas, la bellezza naturale del canyon, il peso della storia, la tensione del momento presente. È golf nella sua forma più pura e drammatica.

Le nove che decidono tutto

Le seconde nove di Riviera non sono solo una sequenza di buche. Sono un viaggio narrativo, un crescendo attentamente orchestrato da George C. Thomas Jr. che inizia con l’esplosione emozionale della decima, passa attraverso test di precisione e coraggio, e culmina nel teatro naturale della diciottesima.

Collettivamente, queste nove buche pongono una serie quasi ineguagliabile di sfide. Come notato da molti storici del golf, poiché nessuna buca gioca remotamente come un’altra a Riviera, le diciotto insieme rappresentano un’enciclopedia vivente di architettura golfistica. Le seconde nove in particolare enfatizzano ciò che Thomas scrisse nel suo libro seminale: “La strategia del campo da golf è l’anima del gioco.”

Qui non ci sono scorciatoie. Non ci sono gimmick artificiali o trucchi per mascherare carenze di design. Thomas prese un sito naturale che era, nelle sue stesse parole, un “5 o 6” su dieci, e lo trasformò in un “10” – forse la più grande differenza di qualità tra un sito grezzo e un campo finito di calibro mondiale nella storia del golf.

Le seconde nove sono dove questa trasformazione è più evidente. È dove la genialità di Thomas emerge non in singoli momenti di brillantezza ma nell’accumulo relentless di decisioni intelligenti, di posizionamenti perfetti di hazard, di green che premiano il pensiero tanto quanto l’esecuzione.

È qui, nelle seconde nove, che i campioni emergono. È qui che Tiger ha cercato e non ha mai trovato. È qui che la storia continua a scriversi, un colpo alla volta, un torneo alla volta, mentre Riviera si prepara a celebrare il suo secondo secolo di golf d’eccellenza.

Come disse una volta Ben Hogan guardando questi fairway: “È proprio quello che voglio vedere.” Quasi un secolo dopo, quel sentimento risuona ancora, ogni volta che un giocatore scende nel canyon, affronta le sfide di Thomas, e si arrampica verso l’anfiteatro della diciottesima, dove la storia attende di essere scritta ancora una volta.

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