(Foto EM-formulagolf.it)
Jacob Bridgeman è uno di quei golfisti che sembrano usciti da un romanzo sportivo: cresciuto in una piccola città della South Carolina, appassionato tanto di baseball quanto di golf, ha scelto la mazza e oggi si ritrova tra i migliori 52 giocatori al mondo. A soli 26 anni, il suo percorso racconta una storia di talento coltivato con metodo, disciplina universitaria e una progressione professionale quasi matematica — non a caso, la matematica era la sua materia di studio.
Gli inizi: Inman, South Carolina

Bridgeman nasce il 6 dicembre 1999 a Inman, una piccola cittadina del distretto di Spartanburg, nel cuore della South Carolina. Fin da giovane dimostra doti atletiche polivalenti: il baseball lo appassiona quanto il golf, e per qualche tempo i due sport si contendono il suo futuro. Alla fine, è la mazza da golf a spuntarla. Una scelta che, col senno di poi, si è rivelata quella giusta.
Nel 2016, ancora adolescente, conquista la Carolinas Junior Boys’ Championship, primo segnale concreto che il suo talento potesse andare ben oltre i campi della provincia americana.
Clemson: record, ACC e la costruzione di un campione
Bridgeman sceglie la Clemson University, una delle università con la tradizione golfistica più solida degli States, dove studia matematica applicata — una scelta che dice molto del personaggio: preciso, analitico, abituato a ragionare in termini di probabilità e margini. Non è un caso che il suo gioco venga spesso descritto come estremamente disciplinato, privo di eccessi.
In maglia Clemson Tigers, Bridgeman si impone come uno dei migliori giocatori della storia recente del programma. Vince cinque eventi a livello collegiale e stabilisce un record della squadra con 50 round in carriera al di sotto del par 70, un dato che fotografa la sua costanza più di qualsiasi altro numero.
Il coronamento arriva nel 2022: viene nominato ACC Golfer of the Year, il riconoscimento più prestigioso della Atlantic Coast Conference, e trascina i Tigers alla vittoria dell’ACC Men’s Golf Championship. Nello stesso anno aveva già aggiunto al suo palmares l’invitational Linger Longer, uno degli eventi amatoriali più seguiti del circuito collegiale.
La sua carriera amatoriale conta anche altre vittorie significative: la Puerto Rico Individual Classic nel 2019, la Cleveland Golf Palmetto Invite nel 2020 e nel 2021, e la Camp Creek Seminole Invite nel 2021.
Sul fronte nazionale, Bridgeman ha indossato la maglia degli Stati Uniti in due occasioni di rilievo: la Junior Presidents Cup del 2017 (vinta dagli USA) e l’Arnold Palmer Cup del 2021, altra vittoria per il team americano.
Il salto professionistico: dalla Korn Ferry al PGA Tour
Nel 2022, dopo aver concluso secondo nella classifica finale del PGA Tour University — il programma che assegna carte Korn Ferry ai migliori talenti universitari — Bridgeman si lancia nel professionismo. Inizia il suo cammino sulla Korn Ferry Tour, il secondo circuito americano, quello dove si forgia la maggior parte dei futuri protagonisti del PGA Tour.
La progressione è rapida e convincente. Nel 2023 conquista la carta per il PGA Tour chiudendo la stagione Korn Ferry al 14° posto nella classifica a punti — sufficiente per guadagnarsi il pass diretto per il massimo circuito mondiale.
Il 2025: la consacrazione
La stagione 2025 è quella che segna definitivamente l’ingresso di Bridgeman nel gruppo dei giocatori da tenere d’occhio settimana dopo settimana. Chiude l’anno regolare con quattro top-5, tra cui un notevole secondo posto al Cognizant Classic, dove dimostra per la prima volta di saper reggere la pressione nei momenti decisivi. Su quell’esperienza, Bridgeman è stato lucido e rivelatore:

“Nel mio anno da rookie il mio obiettivo ogni settimana era finire nelle top-10 e non ci riuscivo, ed era frustrante. Al Cognizant forse è stata la mia prima top-10, era il secondo anno, e quello era il mio obiettivo fisso: top-10, top-10. Poi ci sono arrivato, ho cominciato a giocare bene e mi sono detto: aspetta, potrei avere una chance di vincere. Credo che una volta che è successa quella prima volta e ho capito che non era così difficile come pensavo, ho cominciato a crederci e a mettere insieme buoni giri. Ho capito che non servono quattro giri perfetti e 18 buche perfette. Questo ha spostato il mio obiettivo: prima era top-10, ora è vincere.”
Queste performance lo portano a qualificarsi per il Tour Championship, l’evento che chiude la stagione del PGA Tour e al quale accedono solo i 30 migliori della FedEx Cup. Bridgeman ci arriva dal 27° posto in classifica: non il posizionamento di chi arriva per caso, ma di chi ha costruito la propria stagione con solidità e continuità.
A febbraio 2026, il suo ranking mondiale tocca il 52° posto — il miglior risultato in carriera. Nei major, ha già debuttato al PGA Championship 2025 e all’US Open 2025, entrambi con un taglio superato, e accumula esperienza su quei palcoscenici dove prima o poi ogni grande giocatore è chiamato a lasciare il segno.
Moving day da urlo al Genesis Invitational 2026
Ed oggi la giornata che potrebbe cambiare tutto. Primo con sei colpi di vantaggio su Rory McIlroy dopo un giro di 64 colpi al Riviera Country Club, Bridgeman ha una seria ipoteca sull’edizione 2026 del Genesis Invitational — un Signature Event da 20 milioni di dollari, nel torneo che festeggia la sua centesima edizione.
A renderlo protagonista assoluto del Moving Day, una sequenza devastante nelle prime tre buche del back nine: birdie alla 10, eagle alla 11 con un 7-legno da 265 yards che si è fermato a un passo dalla buca, birdie alla 12. Sul secondo colpo alla 11 ha raccontato:
“Era un downwind di 265 yards. Volevo fermarla circa 10 yards prima della bandiera perché lungo non andava bene. Sentivo di dover usare il 7-legno perché il mio 4-ferro rischiava di non coprire il fronte del green. Ho cercato di colpirla il più morbidamente possibile, un alto fade, poi il vento ha soffiato un po’ di più e l’ha portata un po’ più in là di quanto pensavamo. Appena l’ho colpita ho visto la traiettoria e sapevo che sarebbe stata bella. Ha colpito proprio su quella pendenza, la folla ha esultato e ho pensato fosse entrata. Poi ho sentito l’«ohhh» e ho capito che aveva mancato. Stavo cercando di essere un po’ conservativo e è venuta fuori una cosa straordinaria.”
La sua mentalità di gioco è aggressiva per natura, anche quando la situazione suggerirebbe prudenza. Alla domanda su come gestirà il vantaggio di sei colpi nel giro finale, la risposta è stata netta:
“Sto giocando in modo abbastanza aggressivo e sta funzionando. Non penso di cambiare nulla. E se quella aggressività mi porta in qualche difficoltà, va bene lo stesso — magari si compenserà con i colpi buoni. Non cambierò nulla. Spero di tornare fuori a fare danni. Se non dovesse funzionare, magari rivaluterò a metà giro, ma probabilmente giocherò allo stesso modo.”
Un approccio che ha radici precise nella sua formazione. Il coach di Clemson, Coach Byrd, gli aveva insegnato che puntare leggermente fuori bersaglio spesso porta la pallina proprio verso la bandiera — e Bridgeman ne ha fatto una filosofia:
“Se ho bisogno di essere aggressivo, lo sono. Non gioco mai al sicuro. Direi che sono aggressivamente conservativo — e per qualche motivo, quando cerco di mirare lontano dal bersaglio, la palla finisce spesso verso la buca. Sembra funzionare piuttosto bene.”
Sul fronte mentale, la sua serenità sotto i riflettori sorprende. Alla domanda su come viva la pressione della telecamera CBS che lo segue lungo il fairway della 18, ha risposto con disarmante naturalezza:
“Oggi era semplicemente divertente. Non ho sentito vera pressione. C’è tanta gente qui fuori, qualche persona in più con le telecamere non cambia molto.”
Il riferimento inevitabile è al Valspar Championship 2025, dove aveva condotto per tutta la settimana prima di cedere nel finale a Viktor Hovland. Un’esperienza che invece di lasciare cicatrici sembra averlo rafforzato:
“L’anno scorso al Valspar mi sentivo bene. Sul tee mi aspettavo di essere nervoso, di sentire più pressione di quanta ne sentissi davvero. Quando sono arrivato sul tee era quasi inquietante quanto poco la sentissi — eppure mi sono un po’ psicato da solo. Non ho giocato benissimo la domenica, ma sono rimasto in partita fino alla fine, mi sono dato una chance. Viktor è semplicemente scappato via. Credo che domani il punto principale sarà sapere già come mi sentirò e avere fiducia in quello.”
Sul piano tecnico, la giornata è stata eccezionale anche nei dati avanzati: gli Strokes Gained: Approach sono stati tra i migliori del campo. Bridgeman ha spiegato il lavoro fatto con il suo coach Scott Hamilton:
“Ho lavorato molto con Scott Hamilton. In passato non ero così bravo nell’avvicinamento, specialmente al college — mi salvavo con il putter e vincevo qualche torneo in quel modo. Abbiamo lavorato per alzare la traiettoria dei miei ferri e aumentare lo spin. Ho cambiato pallina a inizio anno e la nuova pallina è stata fantastica. Questa settimana i green morbidi mi permettono di colpire colpi «scivolati», piccoli chip shot, che mi danno molto controllo specialmente nel vento.”
Quanto al confronto con McIlroy nel giro finale, Bridgeman non sembra intimorito. Li ha già incrociati nella stagione 2025 ai Playoffs, in un momento ad alta tensione:
“Forse l’unica cosa è che so che lui giocherà bene domani. So che non posso arretrare di un millimetro. Ma mi sento a mio agio. L’anno scorso ai Playoffs ero abbinato a Rory a Baltimora in un momento cruciale — dovevo fare bene per qualificarmi al Tour Championship. Pensavo sarebbe stato pesante. Poi sono uscito sul campo e lui è stato super gentile, super accogliente, e i tifosi erano fantastici. Se fosse la prima volta potrebbe essere un po’ destabilizzante, ma ora non sono preoccupato.”
A chi gli ha chiesto cosa vuole che il grande pubblico — che per molti lo scopre proprio in questi giorni — sappia di lui, Bridgeman ha risposto con la semplicità di chi non ha bisogno di costruirsi un’immagine:
“Sono un competitore. Non ho avuto ancora tante occasioni di vincere nella mia carriera, ma spero di averne una buona domani, fino alla fine. Se riesco a chiuderla, mi piacerebbe cominciare a fare incetta di vittorie.”
Il profilo: chi è Jacob Bridgeman
Alto 178 cm per 77 kg, Bridgeman non è il giocatore che colpisce per la potenza bruta off the tee. Il suo gioco si basa su precisione, gestione del campo e consistenza: qualità che rimandano direttamente al suo background accademico. Guarda il leaderboard con la stessa naturalezza con cui controllava i punteggi nel golf junior e universitario — “non mi intimorisce, voglio solo sapere dove sono” — e questo gli conferisce una lucidità tattica rara alla sua età.
Risiede a Greenville, South Carolina, non lontano da dove è cresciuto — un dettaglio che dice qualcosa anche del suo carattere, legato alle radici pur muovendosi con disinvoltura sul tour mondiale.
A 26 anni, con un ranking in ascesa, una mentalità da matematico applicata al golf e una domenica da giocare da leader al Riviera Country Club, Jacob Bridgeman è a un passo dal primo grande titolo della sua carriera. La traiettoria è tracciata. Domani si vedrà se i numeri torneranno a dargli ragione.